Gli spari del 1974 dividono le piazze del 2026: «The Assassin(s)» riapre la «guerra civile mai finita» della storia contemporanea coreana

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김정희
By Kim Jong-hui giornalista

Le domande senza tabù del cinema sudcoreano, oltre i 2 milioni di spettatori, sfociano in proteste davanti alla casa di un attore e nella cancellazione di eventi del festival Lo scontro tra «verità storica» e «immaginazione cinematografica»: la carica politica della fiction storica coreana sotto gli occhi della critica internazionale

Metafora artistica del campo di battaglia ideologico sudcoreano acceso dal racconto cinematografico: una cinepresa simile a un'arma proietta il ricordo rimosso del tentato assassinio presidenziale del 1974 (Park Chung-hee e Yuk Young-soo) su un muro della censura storica che si sgretola. A sinistra, forze contrapposte si contendono l'obiettivo con catene, forbici e torce, a simboleggiare l'aspro scontro tra libertà creativa e controllo della memoria storica attorno al controverso film The Assassin(s) (2026).
Metafora artistica del campo di battaglia ideologico sudcoreano acceso dal racconto cinematografico: una cinepresa simile a un'arma proietta il ricordo rimosso del tentato assassinio presidenziale del 1974 (Park Chung-hee e Yuk Young-soo) su un muro della censura storica che si sgretola. A sinistra, forze contrapposte si contendono l'obiettivo con catene, forbici e torce, a simboleggiare l'aspro scontro tra libertà creativa e controllo della memoria storica attorno al controverso film The Assassin(s) (2026).

Un proiettile sparato sullo schermo 52 anni fa si è conficcato nell'asfalto di Seul nel 2026. Il clamore che circonda 〈The Assassin(s)〉, film diretto da Hur Jin-ho e interpretato da Yoo Hae-jin, Park Hae-il e Lee Min-ho, è un esempio eloquente di come un'opera commerciale possa toccare il trauma storico più intimo di un Paese e innescare una guerra civile nella società.

Il film, che subito dopo l'uscita ha superato i 2 milioni di spettatori conquistando la vetta del botteghino, combatte oggi due guerre del tutto diverse, dentro e fuori dalle sale. Al cinema, il pubblico segue con entusiasmo un thriller meticoloso che indaga il mistero del tentato assassinio dell'ex presidente Park Chung-hee del 15 agosto 1974, nel quale fu colpita la moglie Yuk Young-soo. Fuori, si assiste a uno scontro concreto senza precedenti: denunce e querele di gruppi conservatori, proteste davanti alla casa dell'attore protagonista Yoo Hae-jin e persino la cancellazione di parte degli eventi ufficiali del Busan International Film Festival (BIFF) e di un appuntamento con l'attore Lee Min-ho a causa di minacce terroristiche.

Il motivo per cui le comunità internazionali, da Reddit in poi, e la critica cinematografica estera seguono questo insolito fenomeno è chiaro. Come può un episodio di oltre mezzo secolo fa conservare una carica così viva ed esplosiva da paralizzare la quotidianità di una democrazia tecnologicamente avanzata del XXI secolo?

La battaglia del cinema sudcoreano per gli archivi contro il «monopolio della memoria»

Da una prospettiva occidentale, la strategia narrativa di 〈The Assassin(s)〉 si colloca sulla scia di 〈JFK〉, il film del 1991 di Oliver Stone, e di 〈Zodiac〉 di David Fincher. Consiste nel sottoporre a un esame minuzioso gli archivi di un evento storico che lo Stato ha ufficialmente chiuso e sigillato, colmandone i vuoti logici con l'immaginazione cinematografica. Gli sguardi del giornalista e dell'investigatore che nel film indagano ostinatamente sui mandanti e sulle contraddizioni emerse sul luogo dei fatti insistono sulle domande a cui la storia ufficiale non ha saputo rispondere.

Il problema è che, nella società coreana, gli anni Settanta non rappresentano semplicemente il «passato», ma funzionano come un «territorio sacro» direttamente legato alla legittimità politica del presente. Nel punto in cui si scontrano due grandi narrazioni, il mito della rapida crescita economica e le ombre dell'epoca autoritaria, le domande cinematografiche poste da 〈The Assassin(s)〉 sono state percepite da alcuni non come «espressione artistica», bensì come un «oltraggio al sistema e alla memoria».

Per riprendere la teoria dei «luoghi della memoria» (Lieux de mémoire) formulata dallo storico francese Pierre Nora, i principali punti di svolta della storia contemporanea coreana non si sono ancora sedimentati in una «storia» condivisa attraverso un consenso sociale: restano luoghi di contesa di cui ciascuno schieramento rivendica in esclusiva la proprietà. Come 〈12.12: The Day〉 ha riportato alla luce la rivolta militare del 1979, scuotendo la percezione della storia tra le generazioni, così 〈The Assassin(s)〉, riportando la tragedia del 1974 nel dibattito pubblico, ha riacceso una lotta di potere fondamentale: «Chi ha il diritto di ricordare e raccontare la storia?»

Il confine tra finzione e giornalismo, e il paradosso della «censura fisica»

Ciò che più colpisce i lettori stranieri non è l'intensità dello scontro ideologico, ma il modo in cui si manifesta. Circondare lo spazio privato, la casa, di un attore che ha interpretato un personaggio di fantasia per protestare contro un film commerciale arricchito di elementi immaginari, e minacciare la sicurezza del Busan International Film Festival, il più grande festival cinematografico asiatico, impedendo agli attori di parteciparvi, è una scena rara nelle democrazie occidentali.

Al posto della censura preventiva ufficiale esercitata dallo Stato, ormai scomparsa, è arrivata l'era della cosiddetta «censura privata» (Privatized Censorship), in cui interviene la forza fisica di gruppi d'interesse e fandom armati di ideologia. Il paradosso è che queste reazioni estreme e le richieste di vietare le proiezioni si sono trasformate in pubblicità per il film, contribuendo a portare al cinema i ventenni e i trentenni.

Gli studiosi internazionali dei media richiamano l'attenzione sul ruolo peculiare del cinema storico coreano. Mentre Hollywood, assorbita dai franchise di supereroi e dal riutilizzo di proprietà intellettuali collaudate, va perdendo la capacità di intervenire nel dibattito sociale, il capitale del cinema commerciale coreano affronta direttamente i punti più sensibili e pericolosi della storia contemporanea, ottenendo insieme successo di pubblico e apertura di un confronto collettivo. Il cinema, insomma, va oltre il semplice intrattenimento e assume il ruolo di un «giornalismo per procura», cercando di saldare debiti storici che la politica istituzionale e i mezzi d'informazione non hanno risolto.

Solo domande senza tabù possono far progredire la storia

Naturalmente, la distanza tra le libertà cinematografiche e lo sguardo complottista di 〈The Assassin(s)〉 e la verità storica dei fatti merita un serrato dibattito accademico e critico. Anche la critica secondo cui una tragedia storica sarebbe stata usata come materiale per una suspense commerciale è qualcosa con cui i creatori del film devono confrontarsi.

Una cosa, però, è chiara: tentare di impedire che le domande vengano poste non può mai proteggere la verità. Come la Germania dopo Auschwitz e gli Stati Uniti dopo la guerra del Vietnam e il Watergate hanno affrontato i propri traumi nazionali attraverso continue rappresentazioni cinematografiche e dolorose autocritiche, così la maturità culturale di una società dipende dalla libertà con cui sa parlare delle proprie ferite più dolorose.

Il singolare tumulto che circonda oggi 〈The Assassin(s)〉 è il prezzo tardivo che la società coreana paga per crescere e, paradossalmente, la prova della vitalità più indomita del suo cinema. Gli spari risuonarono nel 1974, ma la guerra culturale che nel 2026 si combatte in Corea su come registrarne e interpretarne l'eco continua, proprio ora, a porre agli spettatori di tutto il mondo una domanda di grande peso. Fino a che punto può spingersi l'arte nel porre domande davanti al tribunale della storia? E siamo pronti ad affrontare quelle domande scomode?

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